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Sabto 26 novembre 2016 ore 14.00 Piazza della Repubblica

Manifestazione in occasione della giornata internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne.

Inserita il 22/11/2016


Lei Può - Roma 18-10-2016

Incontro sul tema della riforma costituzionale presso il CIFE (Centro italiano di formazione europea)

Inserita il 18/10/2016


EUDIF ITALIA in convenzione con l’Università La Sapienza di Roma offre opportunità di tirocinio e stage a giovani ragazze e ragazzi laureandi o neo-laureati nelle Aree Comunicazione e Sociologia.

Inserita il 15/06/2016


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Inserita il 30/05/2016


FATE FAMIGLIA: MA QUALE?


Passato da poco il Family Day, la ministra Lorenzin ha pensato di aggiungere alle tante date dedicate a qualche festeggiamento (madre, padre, nonni…) anche una giornata dedicata alla “fertilità”: il 22 settembre 2016. La campagna pubblicitaria che ha promosso l’evento, però, ha avuto vita breve, poco più di quella dei neo assessori della giunta romana della sindaca Raggi. Effettivamente non è simpatico per una donna essere paragonata allo yogurt in scadenza, e non è chiaro perché si parli solo della donna, vista nel suo ruolo (unico, cara ministra e madre fuori tempo?) di fattrice di figli. Né è chiaro cosa si dovrà fare per festeggiare il Fertility Day (suona meglio di: Giornata della fertilità), forse dedicarsi al concepimento.

I due eventi: Familiy Day e Fertility Day devono essere congiunti per avere un senso. Non viene infatti esplicitato con chi le giovani donne dovrebbero attivarsi per procreare perché la risposta appare scontata: con il coniuge, cioè all’interno di una famiglia legittima e possibilmente consacrata.

Possiamo ricordare come è stato lungo e irto di difficoltà nel nostro paese legiferare sui diritti delle unioni tra coppie dello stesso sesso, e come ancora oggi, dopo il varo della tanto auspicata (e ridotta rispetto alla versione originale) legge Cirinnà sulle unioni civili, in vigore dal 5 giugno 2016, vi siano malumori e resistenze approdate perfino in una assurda (e respinta) richiesta di “obiezione di coscienza”.

Ma di cosa parliamo quando parliamo di “famiglia” e di “famiglia normale” in particolare?

La famiglia, come sappiamo, è parte integrante di qualsiasi società e ne è, io credo, anche lo specchio, in un gioco continuo di rimbalzi e di reciprocità: i mutamenti dell’una si riflettono nei mutamenti dell’altra e viceversa. Così, la fine dell’era della modernità stricto sensu, iniziata idealmente con le certezze e gli entusiasmi post bellici, ci introduce in quel periodo che i teorici delle scienze sociali chiamano “tarda modernità” e che si caratterizza per l’interruzione nella fiducia verso il progresso genericamente inteso e per un diffuso senso di precarietà che travalica anche la dimensione puramente economica. La crisi politica economica e sociale degli anni sessanta rivoluziona culturalmente la società occidentale, ne scalfisce i riferimenti valoriali, mette in crisi il consensual world borghese con la sua confortante ritualità della quotidianità e si riflette all’interno dei due settori principali della società: famiglia e lavoro.

I rapidi cambiamenti che hanno investito la società contemporanea hanno moltiplicato le forme di famiglia e hanno reso quasi impossibile una sua univoca e onnicomprensiva definizione. Quella strettamente tradizionale non è universalmente applicabile, anche se rimane valida per la maggioranza dei nuclei familiari. Tant’è che oggi noi non parliamo più di famiglia, ma di “famiglie”, proprio per indicare la pluralità di tipologie esistenti, non più riconducibili all’unico e classico schema del legame matrimoniale. E le statistiche ce lo confermano: esistono famiglie nucleari, estese, monogenitoriali, ricomposte, di fatto, unipersonali, e la lista non è esaustiva delle diverse tipologie esistenti. Come ha detto Alain Touraine, nessun sociologo userebbe oggi il termine “normale” riferito alla famiglia contemporanea, mentre fino a venti anni fa questo termine corrispondeva ancora a quel nucleo composto da due genitori e due figli, con una definita divisione di ruoli, secondo la definizione dataci dalla sociologia funzionalista.

Eppure, sembra persistere nell’immaginario collettivo il mito della famiglia “normale”, non tanto nel senso di un ritorno a modelli del passato, quanto come richiesta di legittimazione da un lato e di sicurezza dall’altro. Quest’ultimo modo di guardare alla famiglia si riferisce a una particolare accezione del termine: alla capacità evocativa propria dell’idea stereotipata di famiglia: una condizione immaginata come desiderabile in quanto consente di attenuare le nostre paure, e di dare un senso alle nostre azioni.

Ovviamente si tratta di un’immagine di famiglia ridotta a puro simbolo, che veicola significati relativamente indipendenti dai significanti: la richiesta di senso è comune, infatti, a tutte le varie forme in cui si articolano i rapporti di coppia, e ne fanno fede, ad esempio, le richieste (giuste) di essere considerati e valutati come “normali” da parte di coloro che scelgono forme di famiglia non istituzionali.
Il rapporto di interdipendenza tra società e famiglia, ineliminabile dal momento che siamo tutti immersi nello stesso sociale-storico, si esprime oggi proprio in una caratteristica: la difficoltà delle persone, intese come soggetti psichici, di avere certezze e verità, o almeno quella capacità di investimento su valori in grado di contro-bilanciare il rischio di naufragare nel mare dell’ a-sensato.

Ed è in questa dimensione che si confonde la normalità con l’assenza di problemi, quasi che sia sufficiente un’identità sociale di “famiglia regolare” per salvaguardare noi stessi e i nostri figli da difficoltà, da deviazioni, da disagi.

All’interno di questo quadro si manifestano due rischi: la paura di “fare famiglia” e soprattutto di avere dei figli, che si manifesta con vari indicatori demografici quali diminuzione dei matrimoni, diminuzione della fecondità, aumento dell’età della donna al primo figlio, aumento delle separazioni e dei divorzi, aumento dei cosiddetti “single” e la deresponsabilizzazione, avallata proprio dallo stereotipo: famiglia normale uguale famiglia “moralmente sana”.

Ci troviamo di fronte a due situazioni diverse del concetto di famiglia. A livello soggettivo, è innegabile la ricerca ideale di “famiglia”, anche se si esprime attraverso nuove forme di intimità e rivendica la possibilità di avere relazioni affettive con il/la partner ed eventuali figli anche in modo diverso dalla forma tradizionale.

Dall’altro, l’insistenza su un modello a cui ci si dovrebbe conformare – il modello istituzionale classico – che risulta però svuotato di qualsiasi elemento valoriale e ripiegato sul modello dominante (consumismo, promessa di soddisfazione immediata dei desideri di ognuno, matrimoni, battesimi e comunioni ridotti a eventi e a raccolta di regali). Si alimentano così giudizi sociali negativi, visioni stereotipate da spot pubblicitari, scambiando la forma per la sostanza e alimentando disagi e frustrazioni in tutti quei casi (molti e in continua crescita) in cui ci si trova a vivere famiglie “diverse”.

Si parla molto, forse troppo, di questa famiglia in crisi, povera di valori, incapace di trasmettere ai figli traiettorie di vita, famiglia debole, fragile, flessibile, liquida, mobile… per citare alcune delle etichette correnti. Si parla poco delle difficoltà di quelle famiglie che l’Istat definisce “medie” dal punto di vista del reddito ma che sempre più vengono spinte verso il basso, e sono poco o nulla aiutate dallo Stato, così come dei disagi di quelle famiglie che “normali” non sono semplicemente perché sono povere.

Se pensiamo alla situazione reale, potremmo guardare alle cosiddette nuove famiglie come al segnale della ricerca, ancora oggi fortemente presente, di un autentico rapporto di coppia, base prima per un autentico rapporto di genitorialità. Questi sentimenti rappresentano ancora qualcosa di vitale e di così irrinunciabile da indurre a sperimentare nuovi modelli di investimento affettivo, nuovi rapporti dopo il fallimento dei precedenti, nuovi ruoli di genitorialità. È un tentativo che le statistiche però ci indicano come non riuscito: le difficoltà e i naufragi sono frequenti anche in questi nuovi modelli familiari.

Questo perché la “famiglia immaginata”, quella rassicurante, basata sulla solidarietà e sulla comunicazione, aperta all’altro e non chiusa nella sua monade, è distante, molto distante da una società che propone, e ne fa miti sociali, competitività, denaro e consumo.

 

Simonetta Bisi

 

 

 

(Articolo precedentemente pubblicato sul sito spazioliberoblog).




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