Mercoledì 11 Luglio 2008

Conferenza stampa: presentazione dossier statistico Osservatorio sui Balcani: le donne romene

 

 Romania: Quando la tratta è al femminile

 

Ogni anno sono migliaia le donne romene vittime del traffico internazionale di persone. Migliaia - secondo varie statistiche anche decine di migliaia, la maggior parte con l’inganno di un posto di lavoro - finiscono nelle reti delle organizzazioni criminali, che le costringono a prostituirsi nell’Europa Occidentale.

 Queste donne lasciano la Romania per sfuggire alla povertà e alla miseria, ma diventano presto “merce di scambio” nelle mani dei trafficanti, che le comprano e le rivendono per decine di volte. In Romania il prezzo di una donna varia tra i 300 e i 400 dollari, ma nel paese di destinazione può arrivare a 5-10.000 dollari. 

Secondo la IOM (Organizzazione Internazionale della Migrazione) le destinazioni principali nel 2006-2007, in base alle statistiche dei rimpatri, sono state la Macedonia (29%), la Bosnia Erzegovina (23%), l’Albania (11%), il Kossovo (11%), l’Italia (9%), la Serbia e Montenegro (6%), l’11% in altri paesi. Arrivano maltrattate, denutrite, violentate e ridotte in stato di schiavitù, pagando caro la loro inconsapevolezza e ingenuità oppure semplicemente la loro decisione di fare soldi ad ogni costo. 

Ma le statistiche parlano di una stragrande maggioranza di donne romene che finiscono a prostituirsi all’estero perché vittime del traffico internazionale, ingannate con il miraggio di un posto di lavoro come cameriera, badante, colf o baby sitter.

Nel periodo 2004-2005 l’Organizzazione Internazionale della Migrazione ha assistito 781 donne romene vittime della tratta di persone. Nel 2005 il 24,84% di queste erano minorenni e il 75,16% maggiorenni. Tre anni dopo, le statistiche indicano il 14,10% di minorenni e l’85,90% di maggiorenni, con un’età media di 21,23 anni e con basso livello di istruzione. In ogni caso risulta la povertà la principale causa che le spinge a lasciare la Romania. Infatti la loro provenienza è soprattutto dalle aree più indigenti del paese, con la Moldova in cima alla lista (35%). Ma ci sono anche donne della Transilvania (il 21%), della Muntenia e di Bucarest (il 5%).

Una volta rimpatriate, le donne vittime del traffico di persone passano dalla filiale di Bucarest dell’OIM, che le affida alle ONG specializzate nei programmi d’integrazione. Per sei mesi ricevono assistenza medica, consulenza psicologica, sociale e giuridica oppure possono beneficiare di corsi di qualificazione per imparare un mestiere. Molte di loro però non seguono questi programmi, nella maggior parte dei casi a causa dell’intervento delle proprie famiglie. Hanno paura delle autorità e soprattutto della polizia, con cui difficilmente collaborano per dichiarare quello che è loro successo.

Gli specialisti vedono in questo comportamento una delle conseguenze psico-sociologiche nel caso la vittima abbia subito seri abusi nei paesi dove si prostituiva anche da parte di poliziotti complici dei trafficanti. Molte non vogliono più ritornare nelle famiglie di origine, per la vergogna o per l’odio verso i parenti o gli amici che le hanno vendute. 

Le autorità romene hanno a disposizione la legge 678/2001 che sancisce le misure per la prevenzione e la lotta al traffico di persone. La legge prevede la pena della reclusione da 3 fino a 20

anni per chi si rende colpevole di traffico di persone. Ma il problema serio è la latitanza dei criminali o la protezione che ricevono dalle organizzazioni a cui appartengono, una sorta di cosche mafiose che tutelano il loro operato in diversi modi: procurando loro documenti falsi, false identità.

La Romania ha intensificato la collaborazione internazionale in materia di crimine organizzato, tra l’altro anche per far fronte alle esigenze dell’UE che si attende un paese più sicuro nel 2010. Più impegno dovrebbe venire da parte dei diversi Ministeri, come quello del Lavoro, che deve informare le persone desiderose di andare a lavorare all’estero, i Ministeri degli Interni, degli Esteri

 o dell’Educazione. A far la loro parte dovrebbero essere anche le ONG regionali, con la tutela dei diritti e la salvaguardia del ruolo delle donne nella società romena, le associazioni caritative, con il sostegno concreto materiale all’esistenza delle donne e dei loro bambini, strutture che invece in questo paese sono quasi completamente assenti.  

      Cecilia Seppia