Ogni anno sono migliaia le donne romene
vittime del traffico internazionale di
persone. Migliaia - secondo varie
statistiche anche decine di migliaia, la
maggior parte con l’inganno di un posto di
lavoro - finiscono nelle reti delle
organizzazioni criminali, che le costringono
a prostituirsi nell’Europa Occidentale.
Queste donne lasciano la Romania per
sfuggire alla povertà e alla miseria, ma
diventano presto “merce di scambio” nelle
mani dei trafficanti, che le comprano e le
rivendono per decine di volte. In Romania il
prezzo di una donna varia tra i 300 e i 400
dollari, ma nel paese di destinazione può
arrivare a 5-10.000 dollari.
Secondo la IOM (Organizzazione
Internazionale della Migrazione) le
destinazioni principali nel 2006-2007, in
base alle statistiche dei rimpatri, sono
state la Macedonia (29%), la Bosnia
Erzegovina (23%), l’Albania (11%), il
Kossovo (11%), l’Italia (9%), la Serbia e
Montenegro (6%), l’11% in altri paesi.
Arrivano maltrattate, denutrite, violentate
e ridotte in stato di schiavitù, pagando
caro la loro inconsapevolezza e ingenuità
oppure semplicemente la loro decisione di
fare soldi ad ogni costo.
Ma le statistiche parlano di una stragrande
maggioranza di donne romene che finiscono a
prostituirsi all’estero perché vittime del
traffico internazionale, ingannate con il
miraggio di un posto di lavoro come
cameriera, badante, colf o baby sitter.
Nel periodo 2004-2005 l’Organizzazione
Internazionale della Migrazione ha assistito
781 donne romene vittime della tratta di
persone. Nel 2005 il 24,84% di queste erano
minorenni e il 75,16% maggiorenni. Tre anni
dopo, le statistiche indicano il 14,10% di
minorenni e l’85,90% di maggiorenni, con
un’età media di 21,23 anni e con basso
livello di istruzione. In ogni caso risulta
la povertà la principale causa che le spinge
a lasciare la Romania. Infatti la loro
provenienza è soprattutto dalle aree più
indigenti del paese, con la Moldova in cima
alla lista (35%). Ma ci sono anche donne
della Transilvania (il 21%), della Muntenia
e di Bucarest (il 5%).
Una volta rimpatriate, le donne vittime del
traffico di persone passano dalla filiale di
Bucarest dell’OIM, che le affida alle ONG
specializzate nei programmi d’integrazione.
Per sei mesi ricevono assistenza medica,
consulenza psicologica, sociale e giuridica
oppure possono beneficiare di corsi di
qualificazione per imparare un mestiere.
Molte di loro però non seguono questi
programmi, nella maggior parte dei casi a
causa dell’intervento delle proprie
famiglie. Hanno paura delle autorità e
soprattutto della polizia, con cui
difficilmente collaborano per dichiarare
quello che è loro successo.
Gli specialisti vedono in questo
comportamento una delle conseguenze
psico-sociologiche nel caso la vittima abbia
subito seri abusi nei paesi dove si
prostituiva anche da parte di poliziotti
complici dei trafficanti. Molte non vogliono
più ritornare nelle famiglie di origine, per
la vergogna o per l’odio verso i parenti o
gli amici che le hanno vendute.
Le autorità romene hanno a disposizione la
legge 678/2001 che sancisce le misure per la
prevenzione e la lotta al traffico di
persone. La legge prevede la pena della
reclusione da 3 fino a 20
anni per chi si rende colpevole di traffico
di persone. Ma il problema serio è la
latitanza dei criminali o la protezione che
ricevono dalle organizzazioni a cui
appartengono, una sorta di cosche mafiose
che tutelano il loro operato in diversi
modi: procurando loro documenti falsi, false
identità.
La Romania ha intensificato la
collaborazione internazionale in materia di
crimine organizzato, tra l’altro anche per
far fronte alle esigenze dell’UE che si
attende un paese più sicuro nel 2010. Più
impegno dovrebbe venire da parte dei diversi
Ministeri, come quello del Lavoro, che deve
informare le persone desiderose di andare a
lavorare all’estero, i Ministeri degli
Interni, degli Esteri
o dell’Educazione. A far la loro parte
dovrebbero essere anche le ONG regionali,
con la tutela dei diritti e la salvaguardia
del ruolo delle donne nella società romena,
le associazioni caritative, con il sostegno
concreto materiale all’esistenza delle donne
e dei loro bambini, strutture che invece in
questo paese sono quasi completamente
assenti.
Cecilia Seppia