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13 febbraio 2006.
Si è svolta oggi presso il “Complesso dei
Dioscuri” a Roma, la conferenza conclusiva del
progetto europeo, “Women and media in Europe”,
promosso dalla fondazione Adkins Chiti con il
patrocinio del Ministero per i Beni e le
attività Culturali e la collaborazione delle
fondazioni, Censis, Risorsa Donna e Donne in Musica, nel corso della quale,
a seguito di significativi interventi, sono
stati presentati i risultati di una corposa
indagine suddivisa in due parti. In primo piano
una ricerca sull’immagine della donna nella
televisione italiana che prende in
considerazione, tra i generi televisivi,
intrattenimento, informazione, approfondimento e
cultura e dedica una sezione speciale alla
pubblicità, maestra nel consolidamento e nella
diffusione di stereotipi e alla fiction. In
secondo piano un’analisi delle leggi, dei codici
di autoregolamentazione e delle “best practices”
riguardanti gli stereotipi di genere. Purtroppo nessuna buona notizia. La prima parte
dell’indagine, che ha riguardato le sette
emittenti nazionali, ha messo in luce, come, in
contrapposizione ad un equilibrio nella
distribuzione della presenza femminile, nelle
reti considerate, risulta che tale presenza, non
solo è fortemente stereotipata, ma si identifica
più frequentemente con l’immagine della “donna
di spettacolo”, donna che è spesso
protagonista ma di rado conduttrice. Bella,
patinata, giovane e poco vestita, la donna in tv
non fa altro che profilare ed incarnare, una
distorsione rispetto al mondo femminile reale,
complice il tema al quale la sua presenza è
generalmente associato, quello di
moda/spettacolo e complice pure l’aisthesis
televisiva: la donna è più che altro un corpo
esibito, talvolta parlante, ma di fatto un
corpo, generosamente mostrato. E’ l’estetica
dell’avanspettacolo che continua a fare da
padrona, tendendo però ad eclissare capacità ed
abilità femminili. Dalla donna spregiudicata dei
Reality, alla donna-vittima dei Tg, un dato
della ricerca balza inevitabilmente agli occhi:
la donna impegnata in politica è praticamente
invisibile e “senza voce”, di lei si parla ma
non le si dà la parola. Paradossalmente, nel
panorama televisivo è la fiction, la voce
solista che tenta di infrangere gli stereotipi,
facendosi interprete del cambiamento sociale in
atto ed evidenziando aspetti dell’essere
donna-persona nel mondo professionale, capace di
poter assumere responsabilità sociali e
collettive: insomma serviva la fiction, per
rappresentare la realtà delle donne! Esaminando
poi le normative raccolte presso le Authorities
e le emittenti Europee si evince come il ruolo
dei media e della rappresentazione in essi,
delle donne nel processo democratico di
affermazione dei pari diritti, è ampiamente
identificato e riconosciuto dalle grandi agenzie
internazionali. Ma se da un lato, noi italiani e
non solo, troviamo un pacifico riconoscimento
dell’importanza dei media come costruttori
della realtà sociale, del comportamento,
dall’altro non riusciamo a comprendere che una
rappresentazione plurale della donna, non
offensiva e non volgare, sia di fatto un diritto
costituzionale. Nelle
naturali differenze emerse tra i Paesi
esaminati, riguardo l’approccio a queste
tematiche, il progetto ha voluto contribuire
anche con proposte concrete, quali il
rafforzamento dell’autoregolamentazione, il
monitoraggio costante, l’uso pro-sociale dei
media, la creazione di organismi che promuovano
il proficuo raccordo tra media e pubblico,
campagne di sensibilizzazione, la modifica del
Contratto di Servizio dell’emittente pubblica,
ecc., alla promozione delle pari opportunità tra
donne e uomini in Europa, attraverso il
cambiamento dei ruoli legati al sesso e il
superamento di stereotipi di genere che di
fatto, talvolta inconsapevolmente i media
tendono a riprodurre e a diffondere.
Cecilia Seppia
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